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Legge Sharing Economy: riscriviamo l'articolo sulla PA collaborativa

ForumPALo scorso mercoledì 25 maggio abbiamo partecipato al tavolo del Forum PA 2016 “Legge Sharing Economy: riscriviamo l'articolo sulla PA collaborativa”, in cui insieme ad amministratori e ad altri soggetti del mondo della PA abbiamo discusso della proposta di legge sulla Sharing Economy, aperta proprio in queste settimane alla consultazione pubblica, e che all'articolo 8 auspica la creazione di "linee guida, destinate agli enti locali, per valorizzare e diffondere le buone pratiche nell'ambito dell’economia della condivisione al fine di abilitare processi sperimentali di condivisione di beni e servizi nella pubblica amministrazione”. Qui il nostro contributo al dibattito che ha visto emergere da parte di molti la necessità, più che di indirizzare e normare, di eliminare ostacoli, deregolamentare e, da certi punti di vista, non entrare nel merito del rapporto tra PA e sharing economy nel testo di legge in questa prima fase. 

Nell’ultimo anno con il progetto Italia Ti Voglio Bene abbiamo lavorato a fianco di enti locali di piccole e medie dimensioni, progettando insieme alle amministrazioni, nel contesto di un lavoro sul territorio, processi (più che strumenti) che possano favorire in maniera continuativa la collaborazione tra cittadini e amministrazioni e tra enti locali. 

Obiettivo del progetto è, ancor prima che la creazione di procedimenti e la trasformazione amministrativa in senso stretto, lo sviluppo del capitale sociale o meglio la creazione il consolidamento di strumenti che permettano lo sviluppo del capitale sociale sul territorio, e con questo la migliore gestione dei beni comuni e non solo, in una visione che includa oltre alla PA la società civile e il mondo delle imprese prevedendo (come recita anche l’articolo 118 della Costituzione nel passaggio sulla sussidiarietà orizzontale) una regia attiva e propositiva dell’amministrazione stessa, chiamata a definire l’interesse generale e le linee di sviluppo della comunità e del territorio.
Una considerazione preventiva: si tratta di enti locali che possono in tanti casi avere accesso a modelli di esperienze di Comuni più grandi e strutturati, che in questi ultimi anni sono stati diffusi in maniera virtuosa, con meccanismi sia formali che informali e con grande attenzione alla replicabilità. Allo stesso tempo questi enti sono spesso membri di Unioni dei Comuni consolidate e dalle valide progettualità. Pur tuttavia gli amministratori di questi Comuni in tanti casi si trovano senza strumenti operativi per incidere su questi temi in maniera sicura (anche dal punto di vista del riferimento giuridico) e coordinata.

L’articolo 8 della proposta di legge si inserisce in un testo che pur includendo in maniera ampia le diverse dimensioni della sharing economy si concentra necessariamente sugli aspetti legati all’accesso, alla condivisione di beni e servizi nell’ottica di una maggiore efficienza (anche risparmio), al digitale.
Come gran parte degli osservatori del mondo dell’innovazione sociale e dello sviluppo del capitale sociale non stanno mancando di notare in questi giorni, anche per quel che riguarda la PA è importante utilizzare questa opportunità per tenere l’accento non tanto su questi aspetti (in ogni caso strutturali e che necessitano in maniera più urgente degli altri di regolamentazione) ma per marcare, innanzitutto in questa fase in cui si auspicano delle linee guida, il carattere fortemente politico delle pratiche di sharing economy nelle loro implicazioni legate allo sviluppo di pratiche collaborative, del consolidamento della fiducia, delle reti e relazioni, del senso di appartenenza e della responsabilità (elementi emersi come prevalenti nella consultazione ad esempio di Milano Smart City), in altre parole dello sviluppo di quel capitale sociale che può portare all’obiettivo vero ed essenziale, il miglioramento del benessere dei cittadini e delle comunità.
Parlando di sharing economy e PA, bisogna ricordare che scopo e condizione necessaria per lo sviluppo di qualunque forma collaborativa è l’esistenza di una comunità (dei cosiddetti prosumer) che la sostenga: la comunità della PA è una comunità tenuta insieme da fortissime esigenze condivise ma anche da livelli diversissimi di motivazione e gestione. Quale comunità, allora, più di questa ha le necessità migliorare in collaborazione, relazione e reti informali che portino all’innovazione?
È importante allora in questo senso sottolineare innanzitutto come le linee guida previste dall’articolo debbano essere abilitanti non solo alle mera condivisione e accesso a beni e servizi ma alla collaborazione nella governance, alla creazione di reti e all’alimentazione della conoscenza e alla crescita della fiducia, sia tra amministrazioni che tra PA e cittadini. Bene scambiare beni e servizi verso una semplificazione delle attività degli amministratori e a una riduzione dei costi ma è importante soprattutto togliersi, per dirla con una metafore, dalla logica Uber per metterci nella logica delle Social Street.
Ogni piattaforma e ogni tool andrà in questo senso valutato nelle sue implicazioni di questo tipo: una riproposizione di servizi come MEPA in chiave Sharing andrà ideata con particolare attenzione alle modalità della condivisione, perché diventi non solo piattaforma ma anche vero e proprio strumento per favorire quel coordinamento e quella coesione degli enti locali che viene lasciato a progettualità isolate, a singole iniziative o alle volontà di serrare o meno il ritmo del lavoro come unioni.
Per questo l’idea di partire dallo scambio di “beni” come la formazione o le competenze è vincente, perché sono “beni” che per loro natura meglio radicano le pratiche della collaborazione e arricchiscono al meglio le comunità che le scambiano.

Lo strumento che dovrà favorire lo sviluppo di una PA della collaborazione, quale che sia, per consolidare una trasformazione delle amministrazioni che sia veramente al passo dei tempi, dovrà prevedere pratiche di sharing economy che permettano, anzi, obblighino, alla contaminazione della condivisione dei servizi non solo tra PA e PA ma anche con altri soggetti del territorio, specialmente dove questo non presuppone alcuno scambio di denaro. Non è sufficiente cioè uno strumento che favorisca la condivisione di beni e servizi tra i diversi enti locali (come ad esempio lo scambio di strumentazione tecnica tra chi ne è in possesso e chi no), piuttosto è necessaria una piattaforma che includa attivamente, consolidando la prospettiva di economia circolare, anche la società civile e il mondo delle imprese. Se vogliamo restare in materia di convenienza, grandissime sono le possibilità in questo senso, a partire ad esempio dalla condivisione di materiali e attrezzi che i privati mettono a disposizione gratuitamente a fronte di una migliore manutenzione delle città e una più efficiente gestione dei servizi: nel contesto di Italia Ti Voglio bene numerosi sono stati gli esempi in questo senso, di grande impatto anche quando di piccola scala.

La sfida è perciò la creazione di piattaforme che siano promotrici di una sharing economy circolare. Tenendo in ogni caso sempre presente che, anche a fronte di una necessità dirimente della PA di utilizzare in maniera sempre maggiore gli strumenti offerti dalle possibilità delle ICT, sarà necessario accompagnare eventuali nuove piattaforme “pubbliche” per la condivisione con strumenti offline che ne potenzino l’inclusività, condizione necessaria per una collaborazione che sia veramente democratica.

Nel merito dello strumento delle linee guida proposte dal testo di legge, è evidente come queste si debbano concentrare soprattutto a una definizione “politica” di una sharing economy della PA, che definisca eventualmente una serie di priorità sulle tipologie di beni e servizi dalle quali l’amministrazione dovrebbe cominciare a sperimentarsi, mentre dal punto di vista tecnico e amministrativo è forse più utile una parziale deregolamentazione che lasci una libertà di adattamento ai contesti territoriali e ai differenti ambiti tematici, ognuno dei quali avrà specifiche caratteristiche e soprattutto specifiche interazioni (in tanti casi anche problematiche) con norme e regolamenti esistenti.
Più che linee guida servirebbe allora un progetto di piattaforma da mettere a punto, o un piano per progettare la piattaforma secondo questi criteri condivisi pensando già anche all’offline e individuando ancor prima che dei processi o dei regolamenti dei referenti strategici che dentro le amministrazioni si incarichino di questo tipo di innovazione e rinnovamento.

Tra i soggetti da coinvolgere in questo percorso sono da individuare senza dubbio le Regioni, come soggetti che possano fare da facilitatori, coordinatori e propulsori del coinvolgimento degli enti locali nell’adesione, applicazione e sperimentazione dello strumento, ma anche le Unioni dei comuni, luoghi privilegiati dove sperimentare in particolare forme di sharing economy tra i diversi enti locali, in un processo che acceleri la coesione già in atto. Un processo che va senza dubbio legato strettamente con la riforma del Terzo settore, da poco approvata e che dovrà presto trasformarsi in 

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